non ha fatto anche cose buone

December 1, 2019. by

non ha fatto anche cose buone

 

MUSSOLINI FU SOCIALISTA
Giusto il tempo di prendere dai francesi un milione di lire per fondare il giornale interventista “Il Popolo d’Italia”. e cambiare velocemente idea.
Era solo uno squallido opportunista. Assetato di potere e di soldi.
Nell’autunno del 1914 il futuro Duce “tu sei la luce” aveva lasciato la direzione del giornale “Avanti!”, l’organo ufficiale dei socialisti che erano per la neutralità e per la pace ad ogni costo.
“Né un uomo né un soldo per questa guerra”
e “se le teste coronate vogliono la mobilitazione, ci sarà la rivoluzione”.
Non aveva dubbi Mussolini quando dalle colonne dell’Avanti! scandiva la neutralità dell’Italia di fronte alla guerra che era già un’enorme strage, puntualmente e ampiamente documentata dai giornali italiani.
1 milione dai francesi e cambiò subito idea.
Poi dal balcone parlerà di ONORE E PATRIA

NON FU UOMO ONESTO
La corruzione era altissima, pesando fortemente sulle casse dello stato, cioè sugli italiani, i meno abbienti.
Una volta al governo a tutti i suoi gerarchi disse: “ARRICCHITEVI” e questi lo fecero.
Arricchimenti velocissimi, come fu il picco alto della corruzione, il più alto della storia.
Il giornale del partito quindi ad un certo punto iniziò a reagire a questi fatti, ma lui aveva messo in piedi una propria agenzia di spionaggio, per controllare tutti i suoi gerarchi e certi giornalisti che osavano ficcare il naso nei suoi affari sporchi spettava una brutta fine, se andava bene al grido di
“PER IL BENE DELLA RAZZA AL CONFINO IL PEDERASTA”
li mandavano al confino, dopo che l’agenzia personale di spionaggio di Mussolini aveva fabbricato prove della loro omosessualità, se no li richiudevano in manicomio dove poi li suicidavano.

NON FU LUI AD INTRODURRE LE PENSIONI
La previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”. Nel 1933 venne rinominata INPS.
La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969.
Mussolini quando prende il potere si preoccupa – abolito il ministero del Lavoro – di concentrare tutte le funzioni che hanno a che fare con il welfare sotto la Cassa Nazionale col risultato di provocare l’appesantimento del sistema e la sua progressiva inefficienza, sottolinea Filippi. E poi, nel 1933, una riforma imponente: cambia il nome all’istituto, che diventa Infps, con la effe che deve fare da neon da insegna. Un tentativo propagandistico di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori”. Nel frattempo quel che fa davvero il fascismo per i lavoratori è, nel 1926, stabilire che potevano esistere solo sindacati fascisti e vietare lo sciopero e la serrata, mettendo sotto giogo in un colpo solo i lavoratori e gli imprenditori. L’Infps negli anni diventerà una macchina da stipendi, uno sfogatoio per le clientele e quindi un produttore di consenso.

NON FU LUI AD INTRODURRE LA CASSA INTEGRAZIONE
Che è del 1947, come l’Indennità di malattia e solo nel 1968 viene estesa a tutti i lavoratori, anche coloro che dipendevano da imprese private. E nel 1978, veniva estesa, oltre che l’indennità retributiva in caso di malattia, anche il diritto all’assistenza medica con la costituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

NON FU LUI AD ISTITUIRE la tredicesima mensilità per tutti.
Questa venne istituita soltanto per i lavoratori dell’industria pesante, cioè le armi per la guerra, lavoro dato esclusivamente a chi avesse la tessera del PNF.
È soltanto dopo la caduta del fascismo che le mensilità aggiuntive divennero appannaggio di tutti i lavoratori, rispettivamente nel 1946 e per tutti i lavoratori dipendenti a decorrere dal 1960

NON FU UNA BONIFICA per il paese quella DELL’AGRO-PONTINO
Littoria, o Latina, il simbolo del miracolo, la città fondata sulle terre strappate all’acqua, l’orgoglio della potenza fascista che nel 1933 dichiara la propria vittoria: la missione impossibile delle bonifiche, perfino nell’Agro Pontino, è compiuta. Lì dove sono caduti tutti, il fascismo è riuscito. Ma è un racconto possibile solo grazie a una grande operazione pubblicitaria. La realtà la dicono i numeri che danno conto piuttosto di una serie di fallimenti, a dispetto delle convinzioni falsificate. Il fascismo aveva promesso di restituire all’agricoltura 8 milioni di ettari di terreni riqualificati: un’enormità. Dopo dieci anni di lavori più tentati che andati a segno e fiumi di denaro pubblico finiti come accade sempre con il fascismo a amici degli amici e collettori di consenso del regime (come l’Opera nazionale combattenti), il governo annuncia il successo del recupero di 4 milioni di ettari. E’ comunque tanto, qua la mano: medaglia. I lavori “completi o a buon punto arrivano a poco più di 2 milioni di ettari. E – bluff nel bluff – di questi due milioni, un milione e mezzo erano bonifiche concluse dai governi precedenti al 1922. Insomma, non dal fascismo. In pratica era stato portato a termine poco più del 6 per cento del lavoro”. E’ De Felice, uno dei più autorevoli storici del fascismo, a certificare che i risultati, nel complesso, furono inferiori alle aspettative suscitate nel Paese dal battage propagandistico messo in atto e finirono per non corrispondere all’entità dello sforzo economico sostenuto”. A riuscirci saranno poi i governi del Dopoguerra, grazie ai fondi del Piano Marshall e della Cassa del Mezzogiorno.
Qui resiste ancora oggi un piccolo residuo della cosiddetta Selva di Terracina, il bosco sacro dei romani, fino a 80 anni fa la foresta di pianura più grande d’Europa. L’Amazzonia italiana però è stata in gran parte cancellata dalla bonifica fascista e posta poi sotto la tutela del Parco Nazionale del Circeo per salvaguardarla. Il fascismo infatti, per sconfiggere la malaria, ha abbattuto un’enorme foresta, cancellato migliaia di specie e prosciugato una zona umida, preziosa per mitigare il clima.
Questa terra di mezzo tra Roma e Napoli ha dunque subìto nel corso degli anni una drastica trasformazione che ne ha cambiato decisamente il paesaggio. Se da una parte il fascismo ha cancellato boschi, laghi e spiagge, l’urbanizzazione ha portato chilometri di strade e una selvaggia speculazione edilizia negli ultimi quaranta anni. Ma come si presentava l’Agro Pontino prima della bonifica? Come si è trasformato dopo? Come è cambiato negli ultimi anni e quale futuro lo aspetta?
La foresta di pianura appariva come uno splendido esempio di terra incontaminata, ricoperta da macchia mediterranea e da alberi tipici delle aree marine, come pini, lecci e querce da sughero. La palude era inoltre abitata da insetti, anfibi, rettili e mammiferi. In questo ricco ecosistema era possibile ammirare laghi costieri e piscine naturali, che si formavano principalmente nella stagione autunnale per l’accumulo di acqua piovana.
La bonifica appariva così la più grande opera del fascismo, esaltata dalla propaganda come il fiore all’occhiello del regime. Già i commentatori dell’epoca però erano divisi: si poteva considerare un’opera di modernizzazione oppure il più grande massacro di alberi mai perpetrato dagli uomini in Europa?

NON COMBATTÉ LA MAFIA
Il prefetto Mori mandato in Sicilia, non poté che fare un’operazione di facciata, come per quei controllori anti-corruzione. Perché tutto continuasse come prima, ma sotto il diretto controllo di Mussolini, dei suoi gerarchi e dei padroni della Sicilia. Tornando al 47, si trattava di quegli interessi che erano stati garantiti durante il ventennio del fascismo, che aveva con “il prefetto di ferro” Cesare Mori fatto operazione di facciata mettendo in galera i capi bastone, praticamente oggi possiamo dire che sia stata una vera guerra fra bande.
Mori iniziò il suo lavoro in Sicilia nel 1924, ma già nel 1928 venne nominato senatore e nel 1929 fu collocato a riposo.
Fu “premiato” insomma.
I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: «l’accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c’entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio.»

NON DIEDE LE CASE AGLI ITALIANI
La prima legge sulle case popolari infatti è del 1903, per iniziativa di Luigi Luzzatti, deputato liberale che poi sarà presidente del Consiglio. I maggiori progetti di sviluppo urbano nelle grandi città con fame di abitazioni nascono tutti nei primi 15-20 anni del Novecento: Roma (la Garbatella per esempio), Torino, Napoli, Milano. L’unico tocco decisivo del fascismo, nel 1935, è quello di gestire il sistema a livello provinciale. Annota ancora Filippi: “Come in altri campi della cosa pubblica, anche nell’edilizia popolare il fascismo si limitò a porre sotto il proprio controllo e ribattezzare strutture amministrative nate nell’Italia liberale”. Viceversa, a fronte di grandi progetti colossali come l’Eur, “la situazione abitativa” rimase “emergenziale anche negli anni più tardi del fascismo”. E la carenza di alloggi fu aggravata dalla decisione di Mussolini di portare l’Italia in una guerra mondiale, il che provocò com’è evidente la rinuncia alle case che invece c’erano: due milioni di vani andarono distrutti e un altro milione fu danneggiato.

NON SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO
Perché si stava peggio! Ma era meglio quando si stava peggio. Durante il Ventennio fascista, il divario della ricchezza media tra un italiano e un cittadino degli altri Paesi sviluppati si allargò. Un po’ per colpa della congiuntura internazionale (la crisi del ’29), un po’ per i problemi strutturali, ma anche perché tutte le iniziative prese dai governi di Mussolini contribuirono a peggiorare la situazione”. Un effetto fu la divaricazione delle disuguaglianze: i ricconi, quasi tutti aderenti al regime, da una parte e la massa della popolazione dall’altra. Unica via d’uscita: l’emigrazione. E’ meglio ora, che si sta meglio di quando si stava peggio, e scusate l’ovvietà: oggi, ricorda ancora Filippi, il reddito medio italiano è circa il 90 per cento di un Paese europeo avanzato come la Francia. Negli anni Trenta era il 33.

NON FU BRAVO AMMINISTRATORE
Anzi va ricordata l’incredibile incapacità burocratica, operativa e finanziaria per la ricostruzione delle zone terremotate tra Basilicata e Vulture dopo il sisma del 1930 (ricostruzione alla fine mai avvenuta).

NON COMBATTÉ LA MASSONERIA:
Sciolse tutte le associazioni, per colpire il dissenso, la massoneria solo perché nessuna associazione poteva esistere.
Inoltre la massoneria all’epoca era antifascista. Fu la massoneria italiana a dare a quella inglese le carte che provavano il coinvolgimento di Benito e Arnaldo Mussolini in gravi e pesanti fatti di corruzione. Carte poi fatte a vere a Matteotti dalle mani dei laburisti inglesi.
Documenti che sparirono insieme alla borsa del socialista che venne rapito ed ammazzato.

NON CREÒ UN POPOLO SOLDATO
La propaganda per la formazione di un popolo soldato al servizio di un regime che però in vent’anni le ha perse tutte e quando le ha vinte lo ha fatto con la sete di sangue di generali come Rodolfo Graziani, il macellaio di Fezzan, per la dura repressione del popolo etiope ancor prima del non farsi alcun scrupolo nell’usare, con avallo di Mussolini, le armi chimiche causando 1 milione di morti.
o come le leggi razziste approvate per le colonie del Corno d’Africa e della Libia (a proposito di responsabilità post-coloniali dei Paesi europei) che disponevano anche deportazioni di massa di berberi e arabi. “A rileggere queste disposizioni sorge il dubbio su chi, tra fascisti e nazisti, abbia copiato l’altro, scrive Francesco Filippi nel suo libro “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

NON COMBATTÉ LA MAFIA
Il prefetto Mori mandato in Sicilia, non poté che fare un’operazione di facciata, come per quei controllori anti-corruzione. Perché tutto continuasse come prima, ma sotto il diretto controllo di Mussolini, dei suoi gerarchi e dei padroni della Sicilia. Tornando al 47, si trattava di quegli interessi che erano stati garantiti durante il ventennio del fascismo, che aveva con “il prefetto di ferro” Cesare Mori fatto operazione di facciata mettendo in galera i capi bastone, praticamente oggi possiamo dire che sia stata una vera guerra fra bande.
Mori iniziò il suo lavoro in Sicilia nel 1924, ma già nel 1928 venne nominato senatore e nel 1929 fu collocato a riposo.
Fu “premiato” insomma.
I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: «l’accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c’entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio.»
L’operazione era funzionale a far gestire la cosa in prima persona dai gerarchi fascisti, quelli del giglio magico, gli intoccabili, che se ci provavi a ficcar troppo il naso negli affari loro e del duce se ti andava bene al grido di:
PER IL BENE DELLA RAZZA AL CONFINO IL PEDERASTA
ti mandavano al confino, dopo che l’agenzia personale di spionaggio di Mussolini aveva fabbricato prove della tua omosessualità, oppure se ti andava male ti richiudevano in manicomio dove poi di suicidavano.

NON CREÒ LAVORO PER IL BENE DEGLI ITALIANI.
Le Fabbriche diedero lavoro, solo a chi era iscritto al partito (chi non lo era veniva affamato e perseguitato, lui e tutta la famiglia), aziende come Fiat e Pirelli furono protagoniste in questa spinta produttiva. Il lavoro dovrebbe dare pane, pace e serenità, ma questa era produzione mirata a soli scopi bellici, le guerre in Africa e poi il conflitto mondiale. I genitori costruivano ciò che i figli avrebbero usato poi n guerra, morendoci. Da parte di Mussolini fu il conseguente ringraziamento dovuto agli industriali che gli avevano finanziato le Squadre D’Azione, di cui a capo era Italo Balbo (l’eroe della Meloni) che con queste seminò terrore e morte in tutta Italia, con lo scopo di annientare con la violenza innanzitutto l’opposizione, giornalisti, sindacalisti, politici e intellettuali antifascisti, e reprimere gli scioperi (soprattutto del, così da lui definito con accezione negativa, “biennio rosso” 1920-21 in tutta l’Emilia Romagna) e le rivolte contadine nel sud Italia.

NON CREÒ SVILUPPO ECONOMICO PER IL PAESE:
Il Mussolini del 1931 è lo stesso capo del governo che prima, nel 1926, aveva bloccato il cambio a quota 90 quando i mercati avrebbero naturalmente pagato 120 lire per una sterlina. Quella decisione di politica monetaria era stata presa per rafforzare il prestigio del regime, un anno dopo le leggi eccezionali, senza considerare le probabili, nefaste conseguenze sulle esportazioni. E l’economia aveva ben presto presentato il conto, ma aveva anche fatto emergere la fragilità del suo architrave, la banca mista, attiva nella finanza quanto nel credito.
Negli anni Venti, le banche avevano prestato ingenti somme ai grandi gruppi privati, spesso malgestiti e attratti dalla speculazione, e questi avevano comprato azioni delle banche, le quali infine avevano sottoscritto le emissioni azionarie dei debitori acquisendone il controllo e con ciò venendo, di fatto, a possedere sé stesse, ma a prezzi troppo alti. «Una mostruosa fratellanza siamese», la definirà più tardi Raffaele Mattioli, al vertice della Banca commerciale italiana,
Nel 31 poi partirono gli investimenti per la guerra in Etiopia, conflitto che isolò definitivamente il Paese, condannndolo quindi in maniera esponenziale sia per le esportazioni che per le importazioni, l’Autarchi, venduta come guizzo geniale di Mussolini, si rivelò subito quindi un fallimento, tant’è che il regime per finanziare la guerra in Etiopia dovette ricorrere al Sabato dell’oro alla Patria.
Con la benedizione della Chiesa, gli italiani donoarono le proprie fedi in cambio di quella, benedetta, ma di acciaio.
QUelle fedi poi vennero ritrovate nei sacchi al seguito dei gerarchi che fggivano verso la Svizzera.

NON TAGLIO IL DEBITO PUBBLICO
Qualche giorno fa, su un noto quotidiano molto schierato politicamente e noto per titoli forti e di cattivo gusto, ho letto un articolo in cui si affermava che, Benito Mussolini è stato l’unico uomo ad aver tagliato il debito pubblico italiano. Questa stravagante teoria non è nuova, ed emerge spesso negli ambienti di un certo orientamento politico, vicino agli ideali di Mussolini e del Fascismo, ma corrisponde alla verità o si tratta solo di Propaganda?
Come ogni questione storica, la risposta purtroppo non è semplice, e liquidare il tutto ad una frase non è semplice, ma, al di la della complessità della vicenda, una cosa è certa, dire che Mussolini tagliò il debito italiano è falso, e quando Mussolini nel 1928 bruciò (letteralmente) dei titoli di stato, di fatto bruciò della carta priva di qualsiasi valore.
Tra il 1922 ed il 1925, il ministero delle finanze e del tesoro fu affidato ad Alberto De’ Stefani che attuò una politica di grandi tagli alla spesa pubblica, e cercò di incrementare le entrate, con l’intento di rimettere in ordine il bilancio dello stato.
Per quanto riguarda la riconfigurazione delle entrate, De’ Stefani non intervenne aumentando le tasse come spesso avviene, ma al contrario, osservando che una fetta enorme della popolazione era esclusa dalla partecipazione contributiva, fece in modo di allargare la base, tassando quelle fasce sociali fino a quel momento escluse, e allo stesso tempo, ridusse le aliquote per categorie sociali ritenute più inclini all’investimento.
Detto più semplicemente, tassò le fasce più povere della popolazione, fino a quel momento esonerati e ridusse le tasse all’alta e media borghesia, producendo così un incremento delle entrate dovuto al maggior numero di contribuenti.
L’intento di De’ Stefani era quello di rilanciare l’iniziativa privata e ridurre le spese dello stato, spese che, in quel momento, erano rappresentate soprattutto dai salari di dipendenti pubblici, e di conseguenza il taglio della spesa si configurò come un taglio netto nel personale dei settori “improduttivi” dello stato, licenziamento di circa 65.000 impiegati pubblici e circa 27.000 ferrovieri e favorendo l’ingresso dei privati in alcuni settori, fino a quel momento sotto il controllo dello stato, come il settore assicurativo, ferroviario e telefonico.
Fin dai tempi dalla grande guerra la Banca d’Italia si era impegnata nel sostegno delle imprese e banche immobilizzate dalla riconversione e questo impegno continuò durante i primi anni del fascismo, producendo tra il 1922 e il 1925 un incremento di liquidità che portò ad un ulteriore ondata inflazionistica, alimentata da un peggioramento della bilancia dei pagamenti.
Nel 1925 De’ Stefani promosse alcuni provvedimenti che però si rivelarono insufficienti e portarono ad un tracollo della borsa italiana e al fallimento di numerose aziende italiane.
Gli industriali rappresentavano lo zoccolo duro del fascismo ed avevano molta influenza sulle azioni del governo, così, per non perdere il loro consenso, Mussolini sostituì il ministro delle finanze, assegnando l’incarico a Giuseppe Volpi.

Volpi rimase in carica dal 1925 al 1928 e durante il suo mandato giocò un ruolo decisivo per le sorti economiche e di bilancio dell’Italia.
Nonostante questo però, la forte svalutazione della lira, il peggioramento della bilancia commerciale e numerosi altri fattori speculativi, non resero semplice il lavoro di Volpi e come se non fosse abbastanza, il fallimento del rinnovo dei BOT venticinquennali nel 1924, dovuto alla grande richiesta di liquidità di banche e privati, impedì all’Italia di emettere nuovi titoli di stato.
Nel 1925 il bilancio interno ufficialmente era in pari, ma nei fatti non lo era, nel bilancio infatti non erano stati conteggiati i titoli di stato da ripagare e l’italia, fortemente indebitata, non era in grado di ripagare i propri debiti.
Volpi decise quindi di agire in sintonia con la Banca d’Italia che sostenne il cambio, riuscendo a raggiungere un accordo con gli in investitori americani più favorevole in termini assoluti, ma va precisato gli investitori americani raggiunsero accordi simili in tutta europa e tra i tanti, l’accordo italiano fu quello “meno morbido“, il merito di Volpi non fu quindi quello di aver trovato un accordo favorevole, come spesso si dice, ma fu quello di aver trovato un accordo.

L’italia ha “cancellato” il proprio debito consegnando ai propri creditori tutto quello che aveva, l’italia ripaga i propri creditori cedendo titoli esteri acquistati dal tesoro in precedenza e rinunciando alle proprie riparazioni di guerra, dal valore di diversi milioni di marchi pagati in oro ogni anno, pagamenti che la Germania avrebbe interrotto qualche anno più tardi con una decisione unilaterale in seguito all’avvento del Nazismo e di Hitler, e che avrebbe ricominciato a pagare nel secondo dopoguerra.
Il Trattato di Versailes aveva imposto alla Germania il pagamento di 132 miliardi di marchi oro, e parte di quell’oro sarebbe andato all’Italia, e anche se rateizzato, la quota italiana delle riparazioni di guerra aveva un ammontare complessivo enormemente superiore al proprio debito.
In conclusione, se è vero che sul piano linguistico è falso dire che Mussolini tagliò il debito, ma nei fatti questo taglio è riconducibile a Mussolini, allo stesso tempo, è vero dire che il fascismo tagliò il debito, ma nei fatti, questo taglio è costato all’Italia miliardi in oro, avrebbe contribuito ad alimentare una progressiva e crescente svalutazione monetaria e produsse, parallelamente alla cancellazione del debito, l’impossibilità per l’italia di ottenere nuovi prestiti e finanziamenti, trascinando il paese verso un progressivo impoverimento generale che non sarebbe stato possibile disinnescare se non fosse stato per gli aiuti postbellici, ricevuti dopo la seconda guerra mondiale.
Dire quindi che Mussolini e il fascismo hanno “sanato il debito pubblico italiano” è la cosa più falsa che si possa dire.

NON FU LUI A COSTRUIRE LE GRANDI STRADE IN ITALIA.
La necessità di realizzare infrastrutture in Italia fu un’idea di Giovanni Giolitti durante il suo quinto governo 1920/21, avendo constatato l’impossibilità di uno sviluppo industriale in mancanza di solide strutture, sviluppo industriale dimostratosi necessario dal confronto con le altre grandi potenze che avevano partecipato al primo conflitto mondiale, chiaramente poi queste vennero ampliate per far camminare i camion dell’esercito.

NON FU “COLPA DI HITLER”
Mussolini era razzista dalla prima ora. Contro le popolazioni sul confine sloveno si accanì da subito, per contrastare la figura nascente di D’Annunzio che occupando Fiume col suo personale piccolo esercito poteva metterlo in ombra, e così lui da subito iniziò la persecuzione contro quella parte del Friuli, vietando assolutamente che si parlasse altra lingua fuor che l’italiano, e tutti i nomi dovevano essere italiani, verso di loro iniziò una persecuzione attraverso leggi restrittive pari a quella contro gli ebrei del 38, per poi arrivando al 43 dove questi vennero rinchiusi in campi di concentramento ed iniziò il loro sterminio usando lui per primo le Foibe.
Quella foto che la capra nipote portava dicendo che fossero i partigiani di Tito a fucilare degli italiani è proprio al contrario, e lo si vede dagli elmetti, dei soldati italiani che fucilavano degli sloveni. Per cui poi le Foibe vennero usate dai partigiani di Tito per vendicarsi contro gli italiani in quanto fascisti che per 20 anni li avevano perseguitati.

NON FU DIFENSORE DELLA FAMIGLIA TRADIZIONALE
Ne ebbe due ufficiali contemporaneamente, più altre mogli più o meno segrete, di cui alcune da lui rinnegate e cacciate conclusero la propria vita in manicomio, figli compreso. Riceveva una prostituta diversa ogni mattina alle 10:00

NON FU UN PADRE PREMUROSO E AMICO FEDELE
Fece uccidere il marito di sua figlia Edda, suo genero Galeazzo Ciano, perché questi dopo l’armistizio firmò insieme ad altri un documento in cui si chiedeva la destituzione di Mussolini.
Italo Balbo, invece, contrario anche lui all’alleanza con Hitler e alle leggi razziali, come Ciano, morì in Africa, dove era Principe di Etiopia (1.000.000 di morti) il suo aereo venne abbattuto da “fuoco amico”, ovviamente per errore, fu la versione ufficiale.

NON AMÒ GLI ITALIANI
Rubò loro i figli, mandandoli in guerra in Africa per le sue manie di grandezza. 4380 morti e il doppio di feriti fra gli italiani.
Contro la popolazione etiope diede ordine di usare le armi chimiche, i gas per chiudere la battaglia in una notte, un vero genocidio, 275.000 morti
Cosa che portò al totale isolamento internazionale e alle sanzioni irrogate nel 1936 all’Italia, così il 18 novembre di quell’anno venne indetto il “Giorno della fede” in cui gli italiani furono “invitati”, a donare tutto il proprio oro alla Patria ricevendo, in cambio delle fedi nuziali (gli sposati) anelli in ferro con la scritta “ORO ALLA PATRIA”
Le fedi degli italiani vennero poi trovate in sacchi nelle auto dei gerarchi che scappavano al suo seguito.
Portò il paese in una guerra mondiale morirono 700.000 italiani, un conflitto mondiale con 70 milioni di morti, di cui il 60% civili.
I deportati italiani nei lager nazisti furono circa 44.000, di cui 8.600 furono gli ebrei e circa 30.000 i partigiani, gli antifascisti e i lavoratori.
Questi ultimi arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo 1944.

NON FU UOMO LEALE
Ai ragazzi dell’RSI arruolati in nel suo esercito con la forza pena la fucilazione, disse
“SE AVANZO SEGUITEMI, SE INDIETREGGIO SPARATEMI”
Mandandoli in 230.000 in Russia, male armati e male equipaggiati. A morire praticamente, ne tornarono solo in 10.000
Perché  “mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”.
Lo scovarono, il verme, travestito da soldato nazista mentre scappava su un camion dei tedeschi.
Lasciando dietro se solo fame, distruzione e morte.
Poco tempo prima aveva trasferito 3 milioni di dollari negli USA, convinto che l’avrebbe fatta franca.
La Petacci, non era un maiale, come nella battuta di Gnocchi, ma una persona malvagia, che aizzava, come se ce ne fosse bisogno, ancora di più Mussolini contro ebrei e partigiani, (un po’ come la Meloni con Salvini) mentre lei si dava da fare il più possibile per accumulare ricchezze, sempre in guerra contro la famiglia di Edda, la figlia di Mussolini. Incitare Mussolini a seguire Hitler ancor più tenacemente, rappresentava per lei ostacolare con più forza la famiglia Ciano, di Edda Ciano, figlia del duce, contro cui era in guerra per l’accumulo di più ricchezza e potere.

Inoltre non era nemmeno così tanto innamorata del verme ma più che altro del potere, dato che quelle lettere che il verme le scriveva, essendo loro due sul lago di Garda in due residenze diverse, lettere in cui non si parlava d’amore ma di politica, lei avrebbe dovuto bruciarle subito dopo lette, come dal verme richiesto, ed invece lei prima di eliminarle le fotografava e le portava ad un alto graduato tedesco con cui se la faceva, perché i nazisti volevano tenere ben sotto controllo il verme.

L’epilogo finale dimostrò che il verme, Mussolini, era così amato dagli italiani, che finalmente liberi per ammirarlo meglio lo appesero a testa in giù.
In quella piazza dove un anno prima vennero impiccati  15 partigiani e lasciati appesi per giorni perché fossero da monito.

Ecco, che la storia sia da monito.

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